
La prostata (o ghiandola prostatica) ha in genere la forma
e le dimensioni di una castagna. È situata allo sbocco della vescica
urinaria e circonda il tratto iniziale dell'uretra.
Nelle persone anziane, all’interno di questa ghiandola, si forma spesso
un'ipertrofia (ingrossamento) benigna (adenoma prostatico), che causa un restringimento
dell'uretra e difficoltà nell'urinare. Anche la presenza di
cellule maligne, non necessariamente costituisce un vero pericolo se la loro
crescita è lenta.
Si trova in questa condizione circa il 70% degli ottantenni.
Di “tumore della prostata”, si parla invece quando le cellule invadono i tessuti circostanti, diffondendosi anche ad altri organi e dando origine a metastasi.
INCIDENZAIn Italia, ogni anno, vengono diagnosticati circa 8.000 nuovi casi. Il numero effettivo dei casi è però molto più elevato. Infatti solo una piccola parte dei tumori maligni della prostata è diagnosticato e spesso la causa di morte è da ricercarsi in un'altra malattia.
SINTOMIQuasi tutti i tumori maligni della prostata non causano
inizialmente alcun disturbo per cui sono ignorati a lungo nonostante la loro incidenza.
I sintomi, in uno stadio avanzato, sono vari e possono essere dovuti
allo sviluppo locale del tumore oppure a metastasi.
Il paziente avverte, a seconda dei casi, dolori o difficoltà nell'urinare,
bisogno di urinare spesso, presenza di sangue nelle urine o nel liquido seminale,
impotenza, dolori diffusi alle ossa.
Questi sintomi possono derivare da malattie diverse dal cancro della prostata,
diffuse e meno gravi. È comunque opportuno rivolgersi al medico
quando compaiono.
CAUSEIl cancro della prostata è molto più diffuso
nei paesi industrializzati dell'Occidente che non nell’Estremo Oriente.
La causa viene attribuita allo stile di vita occidentale e al nostro regime
alimentare. Nei paesi in cui il consumo di verdure, e quindi anche
l'assunzione di vitamine, è più elevato si registrano meno casi di questo
tumore maligno.
La vitamina A sembra avere un'importante funzione preventiva.
In alcune famiglie il cancro della prostata è frequente. Ciò induce
a ipotizzare una predisposizione ereditaria alla malattia (sembra che
il rischio sia doppio rispetto alla popolazione generale).
Oltre alla dieta ricca di grassi saturi e la presenza in famiglia
di altri casi, un altro fattore di rischio è l’età.
Il tumore della prostata insorge generalmente dopo i 45 anni. Ecco perché ogni
uomo, dopo questa età, viene considerato a rischio.
È invece raro tra i giovani. Infatti: se a 40 anni la probabilità è di
1 caso su 10.000, tra i 60 e gli 80 anni diventa di 1 su 8.
Anche i geni sembrano avere un ruolo importante
nell'aumento del rischio:
gli uomini che hanno la mutazione del gene BRCA1 o 2 (gli stessi del
tumore del seno) hanno un rischio che è da 2 a 5 volte quello degli uomini
con i geni non mutati.
Sembra anche esserci una correlazione tra l’aumento del rischio e la
presenza di alti livelli di testosterone o di un ormone (insulin-like growth
factor 1).
PREVENZIONE
E DIAGNOSI PRECOCEAttualmente l'unica forma di prevenzione possibile contro il
tumore della prostata è basata sull’adozione di uno stile
alimentare povero di grassi saturi di derivazione animale.
Un terzo degli uomini che hanno compiuto i 50 anni presenta un piccolo
focolaio tumorale nella prostata, in molti casi non più grande della
sfera di una biro. La maggior parte di questi focolai restano di dimensioni
così modeste da risultare irrilevanti per la salute della persona
colpita.
Ma alcuni tumori maligni hanno uno sviluppo relativamente
rapido e causano la morte del paziente se non sono diagnosticati e curati
in tempo.
Ecco perché, periodicamente, è importante una visita specialistica
con la quale il medico, attraverso un esame rettale può valutare
la grandezza della ghiandola prostatica e riconoscere i tumori delle dimensioni
di un centimetro circa, che hanno ancora buone possibilità di essere
curati. La maggior parte dei tumori della prostata viene proprio scoperto
tramite un esame rettale o attraverso la misurazione del PSA (antigeni specifici
della prostata). Diversi studi hanno però dimostrato che, spesso il
PSA identifica forme che non darebbero segno di sé durante la vita
del paziente, vista la particolare natura del tumore della prostata che si
espande molto lentamente. Si rischia quindi di sottoporre molti uomini all'asportazione
della ghiandola prostatica, con le conseguenze relative di incontinenza e
impotenza che spesso seguono l'intervento, quando in realtà il tumore
identificato non sarebbe stato in grado di fare danni nell'arco della vita
del soggetto.
È quindi importante che sia il medico a prescrivere l’esame
dopo aver valutato la situazione del singolo paziente.
ACCERTAMENTO
DELLA DIAGNOSI Qualora durante l'esplorazione digitale il medico avverta un indurimento sospetto della prostata egli prescriverà un dosaggio dell'antigene prostatico specifico (PSA) e, dopo un’attenta valutazione della situazione, potrebbe consigliare una biopsia, l'unico esame oggi in grado di rivelare con certezza la presenza di cellule maligne.
Per gli ulteriori accertamenti, e allo scopo di approntare il miglior piano terapeutico possibile, sono necessari altri esami: una TAC o una risonanza magnetica per controllare la prostata e i linfonodi vicini. L'ecografia, la tomografia assiale computerizzata e le radiografie riveleranno l'eventuale presenza di metastasi.
In alcuni casi si ritiene opportuna una scintigrafia
ossea (un esame radiologico dello scheletro che, avvalendosi delle proprietà di liquidi di contrasto,
può valutare il coinvolgimento delle ossa).
Può anche essere consigliata l’asportazione chirurgica
di uno o più linfonodi, per verificarne l’eventuale compromissione.
TERAPIASe il tumore maligno è circoscritto alla prostata, il
paziente guarirà dopo l'asportazione dell'intera ghiandola (prostatectomia
radicale). Insieme alla ghiandola di solito vengono asportati
alcuni linfonodi per definire la diffusione delle cellule maligne.
L'intervento, considerato di per sé sicuro, può comportare spesso
conseguenze gravi: impotenza e incontinenza, soprattutto quando il paziente
ha un'età avanzata.
È stata quindi recentemente messa a punto una tecnica cosiddetta “di
risparmio dei nervi”, che cerca di non ledere i nervi che regolano l'erezione
e che scorrono accanto alla prostata, innervando l'uretra (il canale che
porta all'esterno le urine). Purtroppo, soprattutto se la neoplasia è estesa,
non sempre è possibile attuarla.
Ai pazienti più anziani, in alternativa all’asportazione chirurgica,
viene proposta di solito la radioterapia, che comporta meno rischi di conseguenze
negative rispetto alla chirurgia, almeno per quanto riguarda l'incontinenza
urinaria. Anche in questo caso i risultati sono migliori quando il tumore
non è troppo avanzato.
Solo nelle prime fasi del tumore, accanto alla radioterapia tradizionale,
oggi viene anche praticata la cosiddetta brachiterapia con l’inserimento
di grani di materiale radioattivo direttamente nella prostata.
Abbiamo già detto che lo sviluppo del cancro della prostata è influenzato
dagli ormoni. L'ormone sessuale maschile testosterone,
che assicura il normale funzionamento della prostata, favorisce
anche la crescita del tumore. L'asportazione chirurgica di entrambi
i testicoli (castrazione) fa calare
rapidamente e in modo drastico il livello del testosterone. Oggi è possibile
raggiungere l’obiettivo anche con la somministrazione di farmaci che
bloccano la produzione di androgeni o con la prescrizione di estrogeni.
La terapia ormonale, inoltre, può anche essere indicata nei casi
più gravi,
come preparazione alla radioterapia: si parla allora di terapia
neoadiuvante.
Tutte queste cure comportano molti effetti collaterali: impotenza,
perdita di desiderio sessuale, vampate di calore, osteoporosi, perdita di
tono
muscolare e possono anche causare la crescita delle mammelle (ginecomastia).
Per la cura dei tumori in stadio avanzato ci sono varie possibilità.
Ai casi più gravi e ai malati che non rispondono più alla terapia
ormonale può essere indicata la chemioterapia per la cui definizione
esistono protocolli ben definiti.
Ci sono dei casi, soprattutto se il paziente è anziano ed il tumore,
all'esame bioptico, si rivela a crescita molto lenta, in cui la
scelta del medico è quella di non fare nulla se non effettuare esami
regolari (esplorazione rettale ogni 3-6 mesi ed eventualmente biopsie),
per intervenire
solo quando si determinino condizioni realmente sospette. Questa
procedura è chiamata
watchful waiting, cioè “attesa attenta”.
Ovviamente le misure terapeutiche dovranno sempre tener conto dello
stato generale dei pazienti, da cui dipende anche la speranza di vita.