La dieta protegge le nostre cellule
Una recente ricerca statunitense indica gli effetti sulla longevità
di Francesco Bottaccioli *
Aprile è un buon mese per la ricerca scientifica sull'invecchiamento. L'anno scorso, il 27 aprile, Pnas, la rivista dell'Accademia delle scienze degli Stati Uniti, pubblicò il primo studio, firmato da Luigi Fontana che divide il suo lavoro di ricerca tra l'Istituto superiore di sanità e la Washington University, che documenta negli umani gli effetti antinvecchiamento di una dieta con meno calorie di quella occidentale media.
Il 5 aprile di quest'anno su Jama, la rivista dell'Associazione medica americana, sono stati pubblicati i dati del primo studio randomizzato controllato che ha indagato gli effetti di una dieta ipocalorica su alcuni importanti indici fisiologici umani.
Lo studio è stato finanziato dal National Institute of Aging, l'ente governativo di ricerca sull'invecchiamento e ha coinvolto 48 volontari, maschi e femmine, età media 38 anni, in lieve sovrappeso, che per sei mesi sono stati divisi in quattro gruppi: un gruppo ha seguito una dieta con una riduzione del 25% delle calorie totali; un altro ha ridotto le calorie del 12,5% e ha incrementato la spesa energetica, tramite attività fisica, di un altro 12,5%; il terzo gruppo ha seguito una dieta decisamente ipocalorica, 890 calorie al giorno fino a quando il peso di queste persone si è stabilizzato sul limite del sottopeso, senza però oltrepassare la soglia; infine un gruppo di controllo che seguiva una normale dieta.
Da notare che tutti e quattro i gruppi sono stati strettamente controllati: per le prime dodici settimane dello studio i volontari hanno fatto due pasti al giorno al centro di ricerche biomediche della Louisiana University, poi sono stati "liberi" di seguire a casa propria le ferree indicazioni dei ricercatori, salvo ritornare a mangiare al centro nelle due ultime settimane dello studio. Per aumentare l'adesione dei volontari al regime alimentare e comportamentale assegnato, gli scienziati hanno fatto ricorso anche a sedute di tecniche cognitivo-comportamentali.
I risultati sono i seguenti: tutti e tre i gruppi a dieta hanno ovviamente perso peso, mediamente 8-10 chili (altro che pillole antiobesità!), ricollocando tutti i partecipanti all'interno del normale indice di massa corporea (BMI nella sigla internazionale). Tutte le persone a dieta hanno anche visto diminuire la temperatura corporea, i livelli di insulina a digiuno e dell'ormone tiroideo attivo (T3). I primi due sono considerati significativi marker biologici di longevità. Il T3 è strettamente collegato al metabolismo. Complessivamente, temperatura corporea, insulina e ormone tiroideo alti significano un aumento del metabolismo e quindi anche della produzione di specie reattive, dell'ossigeno e dell'azoto (i famosi radicali liberi), che possono danneggiare le componenti cellulari, soprattutto i mitocondri che sono le centrali energetiche della cellula. Un danno ai mitocondri e in particolare al DNA di questi organelli può creare una catena di guai, tra cui alterazioni nel metabolismo delle proteine con conseguenti accumuli nei tessuti (fegato, cuore, cervello) e aumento dell'infiammazione con altri danni agli organi provocati dal sistema immunitario.
Lo studio, per la prima volta negli umani, conferma che una dieta ristretta, ma equilibrata, è in grado di ridurre i danni al DNA delle cellule. Cellule con un DNA meno danneggiato sono più in grado di far funzionare al meglio i sistemi metabolici e di controllare la produzione di radicali liberi. Gli animali da esperimento, in queste condizioni, vivono un trenta per cento in più della media. I primi studi sugli umani ci inducono a pensare che anche la longevità umana potrebbe beneficiare di una dieta più povera in calorie.
* Scuola di medicina integrata www.simaiss.it
Da supplemento Salute di Repubblica